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Spiriti di Marzo : Valchirie e Amazzoni

Mentre l’epoca della collettività delle donne minacciava di affondare nella nebbia, mentre i pacifici insediamenti protetti dalle donne diventavano costruzioni di difesa, in un periodo di grandi cambiamenti, ci furono donne che per ristabilire l’ antico ordinamento abbandonarono la comunità: le Amazzoni le Valchirie o le dee Guerriere. La loro fierezza non fu mai spezzata non volendo diventare madri e guardiane di proprietà private. Erano libere, girovaghe, amavano solo le loro compagne. Furono attaccate, ma raramente potevano essere sconfitte, poiché erano senza paura. Fino al diciassettesimo secolo esistono racconti, che raccontano di forti e invincibili donne, attaccarle voleva dire quasi certamente morte sicura.
 
Si dice che esistesse una terra popolata interamente da queste donne che venivano chiamate le Amazzoni: ci credevano i greci, che pensavano vivessero ai loro confini, in un paese sul fiume Termodonte.
 
Una o due volte l’anno le Amazzoni si recavano alle frontiere per accoppiarsi con gli uomini delle tribù vicine, poi trattenevano le figlie femmine e restituivano i maschi.
Due regine, una per difesa e una per comando interno, si dividevano il potere.
Guidate dalla loro regina guerriera le amazzoni formavano un possente esercito a cavallo, munite di scudi a forma di edera e asce a doppio taglio. 
Sul loro territorio vivevano pacificamente provvedendo a tutti i propri bisogni economici e producendo tesori artistici, e per quasi 4 secoli (1000-600 ac) ebbero il dominio sulla zona dell’asia minore che costeggia il mar nero. 
 
O almeno questo era quanto i greci cedettero circa le guerriere leggendarie con cui finirono per scontrarsi.
Ancora oggi si discute sulla veridicità di questo mito e gli storici si chiedono se siano esistite veramente. La leggenda narra anche che queste donne per meglio tirare con l’arco si amputassero il seno destro, ma non vi sono prove di ciò e nelle opere d’arte dei greci stessi esse vengono ritratte con i due seni nudi ma integri.
 
Le Valchirie nella mitologia nordica
Nella mitologia norrena una Valchiria (dall’antico norreno Valkyrja, “Colei che sceglie gli uccisi”) era una figura femminile che decideva chi sarebbe morto in battaglia. Metà di quelli che morivano in battaglia, (l’altra metà andava nel mondo dell’aldilà Fólkvangr con Freyja), veniva portata dalle valchirie nel Valhalla, dove regnava Odino. Qui i guerrieri defunti diventavano einherjar, cioè spiriti dei guerrieri valorosi che si sarebbero battuti al fianco di Odino durante la battaglia finale del Ragnarök. Se non erano impegnati ad esercitarsi per la battaglia, gli einherjar venivano accuditi dalle valchirie, che portavano loro l’idromele. Esse cavalcavano dei lupi e infatti nell’antico inglese “valkyrie’s horse” era un sinonimo di lupo.
 
Stando sui campi di battaglia, venivano spesso associate o identificate con corvi e lupi.Le valchirie erano talvolta anche considerate come le amanti di eroi e di altri mortali, spesso accompagnate da corvi o da cigni.Le valchirie sono attestate nell’Edda poetica, opera che riporta miti e leggende più antichi, nell’Edda in prosa e nell’ Heimskringla (composti da Snorri Sturluson) e nella Njáls saga, una saga degli Islandesi, tutte scritte nel XIII secolo. Esse appaiono anche in tutta la poesia degli scaldi, (poeti scandinavi e islandesi), in una formula magica del XIV secolo e in varie iscrizioni runiche.I termini wælcyrge e wælcyrie nell’antico inglese appaiono in diversi manoscritti e non si sa ancora se i termini sono comparsi sotto l’influenza norrena o se riflettono una tradizione nativa fra gli Anglosassoni pagani.
 
Etimologia del termine Valchiria
Il termine valchiria deriva dal norreno valkyrja, (plurale valkyrjur), ed è composto da due parole: il sostantivo valr, (riferito agli uccisi sul campo di battaglia) e il verbo kjósa, (che significa “scegliere”). Insieme, le due parole significano la “scelta degli uccisi”. Il termine valkyrja nella lingua norrena è affine alla parola wælcyrge nell’antico inglese. Altri termini usati per indicare le valchirie comprendono óskmey, (in norreno “fanciulla del desiderio”), che appare nel poema Oddrúnargrátr, e Óðins meyjar, (in norreno “fanciulle di Odino “), che compare nel Nafnaþulur. Óskmey può essere collegato al nome odinico Oski, (in norreno, più o meno significa “colui che adempie ai desideri”), riferendosi al fatto che Odino riceveva i guerrieri uccisi nel Valhalla.
 
La vergine coperta dall’elmo e pronta al combattimento, sul suo cavallo soprannaturale, “colei che sceglie tra i trucidati” la Valchiria Prima delle battaglie le Valchirie tessevano le sorti della guerra usando come contrappeso le teste umane realizzando una trama di gocce rosse con spole fatte con frecce. Quando avevano deciso il risultato del combattimento abbandonavano la loro dimora  sotto forma di corvi in cerca di carogne per divorare i corpi trucidati.

Queste dee avevano molto in comune con le moire ed altre reggenti del fato che filavano o intessevano le vite umani in una dimora soprannaturale.
Gli anglosassoni le hanno identificate con le erinni.
 
L’interpretazione corrente semplicemente vede queste donne al servizio di Odino, pronte a volare sulla terra per recuperare gli eroi da lui prescelti, ma questa leggenda omette i racconti secondo cui le valchirie si oppongono alla volontà di Odino, insegnando la magia a coloro che vogliono salvare.

Secondo alcuni scrittori ve ne erano due generi: quelle divine che erano nove e le vergini semi-mortali visibili in forma umana ai veggenti, mente agli altri sotto forma di aurora boreale.
La loro patrona era Freya, grande Dea dai molteplici aspetti. Sempre nell'ambito nord-europeo ricordiamo Morrigan, la tre volte nera.

Per noi oggi queste figure sono importanti non solo perché attestate nella storie delle donne documentata e indistruttibile, ma anche perché possedevano sapienza e forza, si intendevano di arti antiche che abbiamo quasi dimenticato, ma che possiamo riprenderci: l’arte del favoleggiare, di trasmettere storie oralmente, di celebrare la luna le feste della dea, attraverso la nostra arte e il nostro sensibile.
Queste donne insegnano a non trovarsi nel luogo giusto al momento giusto ma piuttosto a creare il tempo e lo spazio.
Al richiamo della primavera la forza inutilizzata irrompe all’
esterno inesorabile.
Tratto dai siti  xsacerdotessediavalonx e antika.it

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