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Il Blog di Oroboro

Sulla Caccia Selvaggia e sulla sua connessione con le Streghe

Tratto dal blog l'isola incantata e da "Entità Fatate della Padania", di Alberta Dalbosco e Carla Brughi, Edizioni della Terra di Mezzo.
 
 
corteo del Buon Gioco
Il paragrafo sulla Caccia Selvaggia inizia riassumendo l'incontro descritto nel primo Ramo dei Mabinogion tra Pwyll e Arawn, il Signore dell'Annwn. Secondo questo splendido testo, in quell'occasione, la preda della Caccia Selvaggia di Arawn era Pwyll stesso, che infatti viene condotto nell'Altromondo ad affrontare le sue sfide. Il testo prosegue con varie testimonianze racconte in vari paesi dell'Italia Settentrionale:

"In quel caso è il Re stesso dell'Annwn a guidare la Caccia, mentre nelle leggende delle Alpi sono Streghe, Fate, Folletti, potenti guerrieri, animali d'ogni genere e forma a costituire la guida e la muta di quella che veniva un tempo chiamata "la caccia selvaggia".
In tutta l'Italia del Nord, ma anche in Svizzera e nei paesi di lingua tedesca, ci sono leggende che parlano delle urla terrificanti, dei canti e delle risate che accompagnavano la strana corsa mentre percorreva, nella notte, vallate e boschi alla ricerca di belle anime da rapire e portare con sè.
caccia selvaggia Odino
(...) In Valsassina (CO) si racconta che la gente ne fosse così spaventata da evitare addirittura di nominarla, temendo che, con una sola parola, la si potesse evocare facendola esplodere in tutta la sua furia.
In Trentino pare che la Caccia Selvaggia fosse guidata da brune Amazzoni a cavallo di focosi destrieri, in sella ai quali si staccavano da terra e volavano nel cielo seguite da entità fatate sottoforma di luci multicolori. Altre fonti, sempre trentine, dicono invece che la Caccia fosse guidata da un gigantesco cavaliere con un occhio solo, seguito da una scia luminosa, e che tale Caccia si vedesse passare soprattutto nelle notti di fine anno. (...) La tradizione locale trentina ha poi colorito ulteriormente queste immagini, mettento il Guercio Cavaliere a cavallo di un destriero senza testa, o, altre volte, facendolo cavalcare con la testa sotto al braccio.

Le storie
 raccontano che, ai valligiani impauriti non rimanesse altro che barricarsi in casa, meglio se con le porte e le finestre del piano terreno spalancate, affinchè la Caccia, nella sua folle corsa, non incontrasse ostacoli e passasse rapida e veloce.
In tutti i racconti si dice poi che alla caccia partecipassero anche animali dalle forme insolite e poco riconoscibili, oltre a gatti, caproni e cani latranti dalle fauci spalancate. In alcuni casi la Caccia poteva essere invisibile, ed allora era il vento, improvviso e turbinante, accompagnato da sibili e latrati, ad annunciare l'arrivo della schiera volante. Si racconta che l'unica cosa da fare in questi casi fosse mettersi sul lato destro del sentiero fingendo indifferenza, in caso contrario si sarebbe stati catturati e trascinati in posti lontanissimi.
In Valtellina era un cavaliere tutto nero, con gli occhi fiammeggianti, a guidare la caccia seguito da uno stuolo di mastini.
Sempre uno stuolo di cani, si dice addirittura quattromila, fu visto in occasione dell'ultima visita che Eugenio IV fece a Firenze. Correvano velocissimamente verso Nord, dietro di loro veniva una immensa quantità di bestiame e, dopo ancora, uomini armati, a piedi o a cavallo, uomini senza testa, alcuni quasi invisibili, e per ultimo un gigantesco guerriero circondato da un'enorme quantità di animali."
 
Sulla Caccia Selvaggia, o meglio sulla sua connessione con le Streghe, in Carlo Ginzburg,
 
streghe in cerchioI benandanti: stregoneria e culti agrari tra Cinquecento e Seicento», Torino, Einaudi, 1972 (ristampa 2002), pp. 53-103.

"Di notte, guidati da una divinità femminile, chiamata dama Abonde, Abundia, o Satia, gli spiriti vagavano a schiere per le case e per le cantine, mangiando e bevendo tutto ciò che trovavano. Se bevande e cibi sono lasciati in offerta per ottenere abbondanza e ricchezza, la Dèa assicurava prosperità e abbondanza alla casa e ai suoi abitanti, altrimenti si allontanava rifiutando la protezione. Gli spiriti potevano essere dei vivi, che lasciavano il corpo immobile nel sonno, oppure dei morti, che ritornavano per nostalgia alle loro dimore, e, stanchi di vagare, chiedevano di ristorarsi e di riposare.

Queste spedizioni di spiriti ricordavano i cortei di donne, guidati da Diana, che in certe notti si recavano cavalcando in luoghi remoti, analogamente ai defunti anzitempo, morti nell’infanzia o di morte violenta, che seguivano Ecate-Diana nelle sue peregrinazioni notturne. Nella tradizione popolare germanica, erano anche Holda e Perchta, divinità della vegetazione e della fertilità, dunque della vita, e al contempo della morte, a guidare l’«esercito furioso» o la «caccia selvaggia», cioè le schiere dei morti anzitempo, che percorrevano di notte le vie dei villaggi, mentre gli abitanti sbarravano le porte per proteggersi. Era bene lasciare nelle case acqua pulita, quale offerta propiziatoria, giacché streghe, stregoni e benandanti, di ritorno dai loro viaggi notturni, stanchi e accaldati, si fermavano nelle case a bere, e se non trovavano acqua, scendevano nelle cantine a cercare vino. Naturalmente la pratica di lasciare offerte per la Dèa (Diana, Abonde, Perchta, Satia) era condannata dalla chiesa come superstizione idolatra.

Una tradizione popolare diffusa in tutta Italia affermava che «il 2 novembre, giorno dei morti, i defunti passano per il paese in lunghe processioni, tenendo in mano delle candele, entrando nelle case che sono state loro, dove la pietà dei viventi ha disposto bevande, cibi, letti puliti».
streghe 2Per quanto riguarda i vivi, si credeva che determinate persone (per esempio, i terzogeniti, seguaci di dama Abonde, oppure i «nati con la camicia», ovvero i benandanti, ma non soltanto) nascessero con la capacità, che poteva essere considerata un dono o una maledizione, di lasciare in spirito il corpo durante il sonno: non soltanto coloro che seguivano la divinità femminile nei cortei notturni, ma anche i benandanti e le streghe, che allora incontravano i morti e andavano con loro in processione. Il loro compito era quello di assicurare fertilità, prosperità e abbondanza. Era una capacità innata che non si poteva insegnare, un richiamo al quale non si poteva resistere, un destino ineluttabile. Quando lo spirito viaggiava, il corpo restava profondamente addormentato, non poteva e non doveva essere svegliato o turbato. Non poteva essere voltato. Non poteva essere osservato alla luce, altrimeni lo spirito non avrebbe potuto rientrarvi. Lo stesso sarebbe accaduto se fosse stato creduto morto, e quindi sepolto.

In altre parole, chi aveva la facoltà di viaggiare con lo spirito fuori del corpo durante un sonno molto simile alla morte, e recarsi nell’aldilà, di accedere al mondo dei morti e di comunicare con essi, acquistava conoscenze speciali e assicura la fertilità.

«Questo motivo dei viaggi misteriosi di alcune donne nelle notti delle tempora è dunque antico, e non ristretto al Fiurli. Inoltre esso risulta connesso strettamente con il mito dei viaggi notturni delle schiere di donne guidate da Abundia-Satia,-Diana-Perchta, e quindi con quello della “caccia selvaggia” o “esercito furioso”. […] Ora, ciò che caratterizza questo nucleo di tradizioni e di miti è il fatto di essere assolutamente privo di agganci con il mondo colto—se si eccettua il tentativo di rivestire divinità popolari come Perchta o Holda con i panni, più familiari agli autori degli scritti ricordati, di Diana o Venere» (pp. 68, 69). Più oltre (p. 73) Ginzburg aggiunge che la credenza popolare nell’«esercito furioso» o «caccia selvaggia» è talmente «priva di agganci con il mondo colto», da risultare, per gli autori colti, irrapresentabile.
 
streghe
«Fin d’ora, però, è possibile affermare che esiste un filo che lega le testimonianze che abbiamo analizzato: la presenza, cioè, di gruppi di individui—generalmente donne—che durante le quattro tempora cadono in deliquio, rimanendo senza conoscenza per un breve periodo di tempo, durante il quale, essi affermano, la loro anima si allontana dal corpo per recarsi alle processioni (quasi sempre notturne) dei morti, che appaiono presiedute in un caso da una divinità femminile (Fraw Selga); tali processioni, abbiamo visto, si ricollegano a un mito più diffuso e più antico, quello della “caccia selvaggia”» (p. 84).
In «Storia notturna: una decifrazione del sabba» (Torino, Einaudi, 1998, pp. 65-98, 161-184), Carlo Ginzubrug riprende il tema dei cortei di donne al seguito della Dèa notturna, collegandolo alla caccia selvaggia e ai riti antichi celebrati nei periodi di passaggio, durante i quali il mondo dei vivi entrava in contatto con quello dei morti. La sua tesi è che il contenuto essenziale di questi riti e di queste visioni potrebbe essere appunto il rapporto con l’Aldilà, garantito da quelle persone che erano dotate del potere di cadere in estasi, di recarsi nell’Altrove, di comunicare con i morti, e di ritornarne dotati di conoscenze speciali. Ginzburg suggerisce inoltre che le radici di queste credenze e di queste esperienze potrebbero essere individuate nell’arcaico mito celtico del viaggio nel mondo infero, e nelle divinità notturne celtiche.

Fra queste divinità vi sono le «Matres», o «Matronae». Senza seguire la loro connessione con Modron, e di quest’ultima con Morrigan, associata ad Epona, che ci condurrebbe lontano, fino a Morgue, ma andrebbe considerata altrove, trovo un passo che mi sembra pertinente in J.A. MacCulloch, «La religione degli antichi Celti» (Vicenza, Neri Pozza, 1998, p. 174): «In Scandinavia i defunti erano associati a spiriti femminili, o “fylgjur”, identificati con la “disir”, una sorta di divinità della Terra, che viveva in colline cave. L’analogia celtica a esse più vicina è rappresentata dalle “Matres”, dee della fertilità. Il Venerabile Beda dice che la vigilia di Natale era detta “Modranicht”, “la Notte delle Madri” e, poiché molti dei riti di Samhain furono trasferiti a Yule, l’antica data di “Modranicht” potrebbe essere stata Samhain, esattamente come il “Disablot” scandinavo, celebrato a novembre, era una festa della “disir” e dei morti. S’è già visto che il dio della Terra celtico era signore dei morti e che probabilmente sostituì la dea o le dee della Terra, a cui certamente le “Matres” corrispondono. Così si spiegherebbe il nesso tra i defunti e gli spiriti femminili della Terra. Era la Madre Terra ad accogliere i defunti, prima che il suo posto fosse preso dal Dispater celtico. E in tal modo il periodo della decadenza della Terra era la stagione in cui i morti, suoi figli, venivano commemorati».
 
witches-reel-dance
È un po’ ripetitivo, ma spero utile… Provo a riassumere gli argomenti di Ginzburg…

Nell’Italia settentrionale si tramandò per oltre quattrocento anni la tradizione di donne che periodicamente cadevano in estasi o in catalessi, e volando in spirito attraversavano porte chiuse e muri, mentre i loro mariti dormivano, oppure lasciavano il corpo in forma di spirito invisibile o di animale (cornacchia), come le streghe scozzesi, per andare al seguito della Dèa notturna nel silenzio della notte profonda, ubbidendole come ad una padrona, cavalcando animali e percorrendo grandi distanze, seguite da una moltitudine di altre donne.

La collettività alla quale le seguaci della Dèa notturna sentivano di appartenere era chiamata anche «buona società», e «gioco» erano i convegni notturni. «Buona gente» o «buoni vicini» erano le fate da cui si recavano le streghe scozzesi, come Isobel Gowdie. Un esempio di quale era il rapporto con la Dèa e di ciò che avveniva durante i convegni notturni si ricava dalle testimonianze di Sibillia e di Pierina de’ Bugatis, sulla quale abbiamo già aperto una discussione.

La Dèa notturna era spesso identificata con Diana, alla quale era affiancata Erodiade. Talvolta era chiamata Holda. Altri suoi nomi erano Bensozia (Bona Socia), Perchta, Herodiana, dama Habonde, Abundia, Satia, Richella, o semplicemente «buona signora» («bona domina»). È interessante ricordare che «buona dèa» era chiamata, in senso propiziatorio, Ecate.

Rimangono testimonianze medievali del «culto estatico della dèa notturna» in Renania, nella Francia continentale, sulle Alpi e nella pianura padana, in Scozia, e in Romania, ovvero regioni che per centinaia di anni, talvolta fin dal V secolo a.C., erano state abitate dai Celti. «Nel mondo germanico immune da infiltrazioni celtiche» sembra che tale culto fosse assente. Fra il V e il VII secolo, in queste regioni, era ancora vivo nel popolo il culto di Diana, che tuttavia si era indubbiamente «sovrapposta a una o più divinità celtiche». Molto probabilmente, la dèa che guidava la cavalcata notturna era in origine Epona, divinità mortuaria, associata ai cavalli, e spesso raffigurata con una cornucopia, simbolo di abbondanza. Ad Epona erano connesse le «Matrae», «Matres» o «Matronae», raffigurate solitamente come tre donne sedute, con simboli di prosperità e di fertilità: cornucopia, cesto di frutta, bambino in fasce. Erano protettrici delle partorienti, legate anche al mondo dei morti, associate alle Parche. Una variante delle «Matres» erano le «Fatae». «In un caso—un’iscrizione rinvenuta nel territorio tra Novara e Vercelli—queste divinità [le «Matres»] sono associate a Diana.» La notte delle madri era il 25 dicembre, e «nel calendario celtico le notti comprese fra il 24 dicembre e il 6 gennaio avevano una funzione intercalare paragonabile a quella degli “Zwolften”, i dodici giorni durante i quali, nel mondo germanico, si pensava che i morti andassero in giro vagando». Per secoli, forse per millenni, «matrone, fate e altre divinità benefiche e mortuarie abitarono invisibilmente l’Europa celtizzata».
 
fata bluNel 400, il corteo di Diana fu definito «esercito», e collegato così all’«esercito furioso» («Wutischend Heer», «Mesnie furieuse», «Mesnie Hellequin», «exercitus antiquus»), o «caccia selvaggia» («Wilde Jagd», «Chasse Sauvage», «Wild Hunt»,«Chasse Arthur»), ossia la processione delle anime o dei morti, la schiera dei morti, in particolare dei morti prematuri, come i soldati caduti in battaglia o i bambini non battezzati, che era guidata da Herlechinus, o Wotan, oppure Odino, o Arthur. I guerrieri che appartenevano a gruppi iniziatici maschili e combattevano in preda al furore belluino, talvolta mascherati da animali, erano assimilati alle schiere dei morti (come quella guidata da Odin, per i «berserkir»).

Si osserva così una connessione fra le seguaci della dèa e le schiere dei morti, ma mentre l’«esercito furioso» rimanda a una vocazione guerriera e maschile, come suggeriscono coloro che lo guidano, il corteo di Diana testimonia di «un’aspirazione femminile a un mondo separato, composto di sole donne, governato da una dèa materna e sapiente». In estasi, le donne andavano in corteo al seguito delle divinità notturne; i maschi combattevano battaglie per la fertilità. In prevalenza la schiera dei morti appariva occasionalmente a uomini, soprattutto fra Natale e l’Epifania, mentre al corteo della Dèa partecipavano donne che cadevano in estasi regolarmente, in date precise. Le apparizioni dei morti erano chiamate «caccia», «esercito», «società», «seguito»; i convegni delle seguaci della dèa erano detti «società», «gioco», «gioco della buona società». Sembra una distinzione o una contrapposizione fra attività maschili (guerra e caccia) e attività femminili (gioco), nonché un modo diverso per comunicare con il mondo dei morti, l’Aldilà o l’Altrove: apparizioni, per gli uomini; estasi, per le donne.
Fra i riti praticati alle calende di gennaio, che «rappresentavano modi diversi di entrare in rapporto con i morti, ambigui dispensatori di prosperità, nel periodo cruciale in cui l’anno vecchio finisce e quello nuovo comincia», vi erano le questue infantili; l’usanza di lasciare acqua, offerte propiziatorie, ambienti puliti; tavole apparecchiate con offerte di cibi e di bevande per le divinità notturne come Habondia, Satia, Richella, oppure tre coltelli per le Parche, identificate con le «Matronae» o «buone dame»; e il travestimento animale, in particolare il cervo.
«Le processioni mascherate simboleggianti le anime dei morti, le battaglie rituali e l’espulsione dei demoni sono state accostate ad altri comportamenti (iniziazioni, orge sessuali) che nelle società tradizionali accompagnavano l’inizio dell’anno, solare o lunare.»

I giri di questua, l’usanza di recarsi di casa in casa, alle calende di gennaio, o nei dodici giorni tra Natale ed Epifania, ad augurare prosperità e distribuire mele in cambio di denaro, o a cantare canzoni e vaticini, o a cantare filastrocche ed auguri e a chiedere dolci, rispondendo a un eventuale rifiuto con improperi e maledizioni, è documentata e condannata dalla Chiesa già nel V secolo. Le torme di bambini che scorrazzavano per i villaggi nei dodici giorni, e naturalmente le scorribande di Halloween, raffiguravano le schiere dei morti, quindi potrebbero essere considerate analoghe alla Caccia Selvaggia. I questuanti rappresentavano i morti, e da come li si accoglieva dipendeva il loro favore.

Queste usanze, praticate nei periodi di passaggio fra fine e inizio anno, o nei periodi consacrati ai morti, i periodi in cui i morti si aggiravano nel mondo per nutrirsi dei cibi lasciati loro in offerta dai vivi, rappresentavano sia i morti che dall’Aldilà passavano nel mondo dei vivi, sia le periodiche visite in estasi dei vivi al mondo infero. In altre parole, l’identificazione con i morti.

Al mondo della Dèa notturna si accedeva per mezzo di una morte provvisoria, dunque esso era il mondo dei morti, l’Aldilà, l’Altrove. «Le cavalcate in groppa ad animali esprimevano simbolicamente l’estasi: la morte temporanea segnata dall’uscita, in forma di animale, dell’anima dal corpo». I voli notturni verso i convegni con la Dèa riecheggiavano il tema arcaico del viaggio estatico dei viventi verso il mondo dei morti, dunque potrebbero essere considerati il riverbero «di un culto estatico di tradizione celtica», l’«antico mito celtico del viaggio nel mondo dei morti».



 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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